Siamo abituati a pensare ai test come a uno strumento per scegliere meglio, che ci aiuta a capire come leggere le etichette alimentari. Ma a volte succede qualcosa di più interessante: i test possono diventare un motore di cambiamento. Può sembrare un cambiamento minimo: una frase che sparisce dall’etichetta, una dicitura ridimensionata, un messaggio reso meno evidente. Eppure, come ci ha raccontato Ivan Maroli (Responsabile delle indagini e dei test di Altroconsumo) nella nostra intervista, dietro questi piccoli interventi spesso c’è un lavoro di analisi, segnalazione e pressione informativa che coinvolge consumatori, associazioni e aziende.
Nel corso degli anni, alcuni claim presenti sulle confezioni di prodotti alimentari sono stati modificati o eliminati dopo le osservazioni di Altroconsumo: diciture come “fonte di fibre” su snack salati, messaggi poco chiari sui tempi di cottura della pasta, o affermazioni discutibili legate a ingredienti “di moda”, come il sale rosa dell’Himalaya. Non si tratta di sanzioni dirette, ma di qualcosa di altrettanto potente: la visibilità pubblica di un’informazione corretta.
Claim scomparsi dopo i test, alcuni casi reali
Uno degli episodi citati da Maroli riguarda uno snack salato che riportava in grande la dicitura “fonte di fibre”. Una frase potenzialmente corretta, ma fuorviante rispetto alla tipologia di prodotto. Dopo la pubblicazione del test, quel claim è scomparso dal packaging.
Un altro caso emblematico riguarda le confezioni della pasta: per anni i consumatori segnalavano la difficoltà nel trovare i minuti di cottura sulla confezione. A seguito delle ripetute critiche di Altroconsumo, il marchio ha finalmente reso l’informazione più chiara.
E poi ci sono i casi, molto discussi, del sale rosa dell’Himalaya, spesso promosso con claim salutistici eccessivi o non dimostrabili. Anche qui, le segnalazioni hanno contribuito a rendere più prudente la comunicazione.
Perché questi cambiamenti sono importanti
A prima vista può sembrare un dettaglio: una scritta tolta, un numero reso più visibile, un claim ridimensionato. In realtà parliamo di interventi che impattano miliardi di decisioni di acquisto.
Un claim fuorviante può far percepire un prodotto come più sano di quello che è. Un’informazione nascosta può complicare la scelta. Una confezione ambigua può alimentare aspettative errate. Piccoli cambiamenti, quindi, che hanno un grande effetto: ridare al consumatore la possibilità di scegliere in modo consapevole.
Il ruolo del consumatore è quello di non fermarsi allo slogan
Il primo attore di questo processo resta il consumatore. Fare la spesa oggi significa muoversi in un ambiente saturo di messaggi: “naturale”, “green”, “light”, “ricco di”, “sostenibile”.
Il problema non è l’esistenza dei claim in sé, ma l’uso acritico che spesso ne facciamo. Un claim non racconta mai tutta la storia di un prodotto, e può enfatizzare un singolo aspetto trascurandone altri altrettanto importanti.
Avere spirito critico quando si è davanti allo scaffale del supermercato significa:
- leggere l’elenco ingredienti, non solo il fronte della confezione;
- chiedersi perché una certa caratteristica viene messa in evidenza;
- confrontare prodotti simili, senza farsi guidare solo da parole chiave o colori rassicuranti.
Un claim può essere formalmente corretto e allo stesso tempo fuorviante nel contesto. Ed è proprio qui che il consumatore informato fa la differenza.
Le aziende e quando il marketing rischia di superare il prodotto
Anche le aziende si muovono su un terreno complesso. La competizione sugli scaffali è alta e il marketing diventa uno strumento centrale. Ma quando la comunicazione prende il sopravvento sul contenuto reale del prodotto, il rischio è quello di scivolare in pratiche discutibili.
Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di:
- greenwashing e veganwashing: quando un prodotto viene presentato come “sostenibile”, “green” o “vegan” senza basi solide, ma solo per migliorare la propria immagine tra i consumatori più sensibili a questi temi (vi segnaliamo ad esempio l’approfondimento sulla differenza tra alimentazione vegana e spesa vegana al supermercato);
- pinkwashing e rainbow washing: quando temi sociali o di genere vengono usati come leva di marketing più che come impegno reale;
- health washing: quando singoli elementi nutrizionali vengono enfatizzati per dare un’aura salutistica complessiva.
Queste strategie possono attirare l’attenzione nel breve periodo, ma nel lungo termine minano la fiducia.
Ecco perché, come emerge dall’esperienza di Altroconsumo, alcune aziende scelgono di correggere il tiro dopo segnalazioni pubbliche e test indipendenti: un’etichetta più chiara è un investimento di credibilità.
Il ruolo delle associazioni e dell’informazione in un’epoca di misinformazione
In un contesto in cui i social amplificano messaggi sponsorizzati, recensioni poco trasparenti e contenuti costruiti per vendere più che per informare, il ruolo delle associazioni e dei media diventa cruciale.
Le associazioni dei consumatori, come Altroconsumo, svolgono una funzione di mediazione, perché attraverso l’analisi dei prodotti, la segnalazione delle criticità, vengono rese pubbliche informazioni tecniche in modo comprensibile.
Ma anche l’informazione ha una responsabilità: contestualizzare, spiegare, aiutare a leggere la complessità senza semplificazioni eccessive.
Per questo, anche Anteprima Volantino ha deciso di intraprendere la rubrica de Le Interviste di Anteprima Volantino: dalle anteprime dei volantini, utili per pianificare la spesa con maggiore consapevolezza, agli approfondimenti e alle interviste che aiutano a capire cosa c’è dietro un prodotto, un’etichetta o un’offerta.
Cosa ci portiamo a casa
Quando un claim sparisce da un’etichetta, non è solo una vittoria per chi ha segnalato un problema. È il segno che la trasparenza è un processo collettivo, che coinvolge chi produce, chi controlla, chi informa e chi compra.
In un mercato complesso, nessuno strumento è sufficiente da solo. Ma più spirito critico, più informazione indipendente e più attenzione alle parole che troviamo sulle confezioni possono davvero cambiare il modo in cui facciamo la spesa, ogni giorno.






