Cosa significano davvero le diciture in etichetta, una guida per fare la spesa con consapevolezza

Dai burger vegetali ai prodotti light o artigianali, una guida per capire cosa significano davvero le diciture in etichetta e fare la spesa con consapevolezza.

Al supermercato le parole in etichetta (e non solo) guidano le nostre scelte più di quanto pensiamo. A volte bastano pochi termini – light, integrale, artigianale, vegano – per convincerci che un prodotto sia più sano, naturale o sostenibile. Ma cosa significano davvero queste etichette? E quanto sono affidabili?
Nel dibattito di questi mesi, anche il linguaggio del cibo è diventato terreno di discussione. Ne abbiamo parlato con Cristiana Bucella, autrice di Vegetale non banale, in un’intervista a Anteprima Volantino, commentando la proposta europea di vietare parole come burger o bistecca per i prodotti vegetali. Da questo spunto nasce una domanda più ampia e utile a tutti: quanto possiamo fidarci delle parole sulle confezioni? Abbiamo raccolto i principali termini che incontriamo al supermercato per capire, una volta per tutte, cosa ci dicono davvero — e cosa invece nascondono.

Dal “salame di cioccolato” al “burger di soia”: quando il nome fa discutere

Il burger di soia fa discutere al Parlamento Europeo
Il burger di soia fa discutere al Parlamento Europeo

Nella nostra intervista, Cristiana Bucella commenta con ironia la discussione attorno ai nomi dei prodotti vegetali.

“Onestamente non mi sono informata così tanto da sapere se è già un divieto valido o solo una proposta. Ad ogni modo, io penso che siano dei tentativi che non fermeranno mai l’aumentare del consumo di prodotti di origine vegetale e, meno male, devo dire: tutt’al più lo rafforzeranno, perché non si farà altro che parlare di queste cose.”

La sua posizione è chiara: vietare le parole non serve a frenare un cambiamento già in corso. E aggiunge:

“Chi si ostina a non voler informarsi sull’impatto che ha la zootecnia nel mondo, sugli animali, sulla nostra salute, per me vuole solo vivere, non lo so, con il prosciutto sugli occhi, se vogliamo usare un eufemismo. Poi se a qualcuno crea scompensi la parola hamburger di soia, forse dovrebbe concentrare le proprie indignazioni su ben altri problemi che ha il mondo.”

Salame di cioccolato batte burger veg. Ma perché?

“La colomba non è una colomba, ma un dolce che ha la forma”

Per spiegare quanto le polemiche siano spesso più linguistiche che concrete, Bucella cita esempi della tradizione:

“Pensiamo al salame di cioccolato. Oppure alla colomba, che è il dolce pasquale ma non è una colomba, è solo un dolce che ha la forma. Lì si usa un termine perché ha una forma che ricorda quella cosa. Quindi se io dico carbonara vegana è perché alla vista, alla consistenza e anche al sapore ricorda la carbonara. Poi, se qualcuno vuole darci dei nomi alternativi, ben venga. Penso che nessuno farà battaglie in tal senso.”

Un’osservazione che va dritta al cuore del tema: il linguaggio alimentare è in continua evoluzione e spesso serve solo a rendere familiari nuove abitudini.

Cosa significano davvero le diciture che leggiamo al supermercato

Cosa significano davvero le diciture in etichetta al supermercato
Cosa significano davvero le diciture in etichetta al supermercato

Le etichette parlano, ma non sempre dicono tutto. Spesso ci lasciamo guidare da termini come plant-based, light, integrale o artigianale senza sapere cosa vogliono dire davvero. Capire queste parole — e il loro significato reale in etichetta — aiuta a scegliere con maggiore consapevolezza.

Diciture dei prodotti vegetali

  • Vegetariano: esclude carne e pesce, ma può includere uova, latte e derivati.
  • Vegano: esclude tutti i prodotti di origine animale, compresi miele e latticini.
  • Plant-based: indica prodotti prevalentemente a base vegetale, ma non necessariamente 100% vegani (possono contenere, ad esempio, uova o formaggi).
  • 100% vegetale: sinonimo di “vegano”, ma spesso usato come claim di marketing.

Approfondisci: Come leggere le etichette degli alimenti plant-based e vegani

Diciture dei prodotti “light”, “fit” o “senza zuccheri”

  • Light: contiene almeno il 30% in meno di calorie, grassi o zuccheri rispetto alla versione standard, ma non è sinonimo di “sano”.
  • Senza zuccheri aggiunti: può contenere zuccheri naturalmente presenti (come quelli della frutta).
  • Zero grassi / Zero zuccheri: il contenuto è molto basso, ma non nullo; leggere sempre la quantità per 100 g.

Diciture dei prodotti “integrali” o “artigianali”

  • Integrale: può significare farina integrale al 100% o solo in parte; se la parola compare solo nel nome, controlla che tra gli ingredienti compaia “farina integrale” e non “farina raffinata con crusca aggiunta”.
  • Artigianale: non è una definizione legale. Può essere usata anche da prodotti industriali che riproducono procedimenti “casalinghi”.
  • Fatto in casa / tipo casalingo: solo evocativo, non indica necessariamente un processo diverso.

Diciture dei prodotti “senza” o “free from”

  • Senza lattosio: adatto agli intolleranti, ma contiene lattosio scisso in zuccheri semplici (quindi resta dolce).
  • Senza glutine: privo di glutine ma non automaticamente “più salutare”; utile solo a chi è celiaco o sensibile al glutine.
  • Senza conservanti / coloranti: indica che non sono stati aggiunti additivi, ma non che il prodotto sia privo di altri ingredienti industriali.

In sintesi: le parole in etichetta orientano, ma non bastano.
Per capire cosa stiamo comprando, è importante leggere la lista ingredienti e i valori nutrizionali, che raccontano la vera natura del prodotto — ben più del nome scritto sul fronte della confezione. Capire queste sfumature aiuta il consumatore a scegliere in modo consapevole, senza fermarsi al nome accattivante in etichetta.

Perché le parole contano (ma non nel modo che pensiamo)

Molti prodotti plant-based vengono “tradotti” nel linguaggio della cucina tradizionale per renderli più accessibili. Un burger di ceci o una carbonara veg non vogliono imitare la versione originale, ma evocare una struttura o un gusto familiari. Il nome serve a far capire subito cosa aspettarsi, non a “sostituire” un piatto esistente.

Quando facciamo la spesa, quindi, è utile ricordare che il nome è solo un punto di partenza: quello che davvero conta è leggere l’etichetta, verificare la qualità degli ingredienti e capire se il prodotto risponde alle nostre esigenze (di gusto, salute o sostenibilità).

Un linguaggio che cambia insieme alle abitudini

La recente proposta del Parlamento europeo sul divieto di termini come burger o salsiccia per i prodotti vegetali riaccende un tema culturale, prima ancora che normativo.
Ma come suggerisce Bucella, la direzione del cambiamento sembra già segnata: sempre più persone scelgono prodotti vegetali, e sempre più parole si adattano a raccontarli.

In fondo, ciò che mettiamo nel carrello è solo l’ultimo passo di un processo che parte prima: da come nominiamo il cibo, da quanto siamo disposti a riconoscerlo come “nostro”, e da come leggiamo le etichette.

Valentina Colazzo
Valentina Colazzo

Ciao, mi chiamo Valentina e sono una giornalista con la passione per la cucina, che mi accompagna sin da bambina. Amo esplorare nuovi sapori e sperimentare con ingredienti diversi, ma presto anche molta attenzione alle offerte e al risparmio, per questo non mi faccio sfuggire le anteprime dei volantini, in modo da pianificare la spesa al meglio. Attraverso il mio lavoro, unisco la mia curiosità culinaria con la scrittura, condividendo consigli pratici per una cucina creativa ma anche economica, in modo da approfittare delle migliori offerte.